L’arte del doppiaggio: dalle origini ai giorni nostri

Posted By : redazionessml

Quando si parla di traduzione audiovisiva, non si può fare a meno di fare riferimento all’attività del doppiaggio.
Il doppiaggio è un’operazione che consente di aumentare la fruibilità di un prodotto audiovisivo (dotato di un proprio audio e di una propria lingua), il quale viene ri-registrato in una nuova lingua e reso pertanto accessibile a un pubblico più vasto. Per alcuni si tratta di un inganno, di una finzione nella finzione; per altri invece è da considerare una vera e propria arte.

Nel corso degli anni, vari studiosi e personalità si sono espressi riguardo l’uso o meno della pratica del doppiaggio. Tra i critici si può ricordare lo studioso Béla Balázs, che nel 1949 scrisse: “Il doppiaggio è assurdo. Non soltanto perché nella lingua straniera in cui il film è doppiato occorre far corrispondere il numero delle sillabe a quello della lingua originale; il che rende la traduzione quanto meno ridicola e forzata. Il doppiaggio, qualsiasi doppiaggio, non può non essere falso e artisticamente nullo, se non altro perché ogni lingua possiede certi gesti espressivi e organici che sono caratteristici, appunto, degli uomini che quella lingua parlano. Non si può parlare in inglese e gestire in italiano”.

Tra i fautori del doppiaggio rivestirono invece particolare importanza registi del calibro di Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini.
Nell’intervista “Il sogno di un centauro”, a cura di Jean Duflot, Pasolini si espresse in questo modo in merito al doppiaggio: “Il doppiaggio, deformando la voce, alterando le corrispondenze che legano il timbro, le intonazioni, le inflessioni di una voce, a un viso, a un tipo di comportamento, conferisce un sovrappiù di mistero al film. […]

Molto spesso, se si vuole ottenere un rapporto determinato tra suono e immagine, un rapporto di valori preciso, si è costretti a cambiare una voce. Detto questo mi piace elaborare una voce, combinarla con tutti gli altri elementi di una fisionomia, di un comportamento… Amalgamare… Sempre la mia propensione per il pastiche, probabilmente! E… il rifiuto del naturale”.1
Molto simile la posizione di Federico Fellini: “Io sento il bisogno di dare al sonoro la stessa espressività dell’immagine, di creare una sorta di polifonia. È perciò che sono contrario, tanto spesso, a utilizzare dello stesso attore il volto e la voce. L’importante è che il personaggio abbia una voce che lo rende ancora più espressivo. Per me il doppiaggio è indispensabile, è un’operazione musicale con la quale rinforzo il significato delle figure”. 

Diffusione del doppiaggio nel mondo

A livello europeo, il doppiaggio è diffuso soprattutto in Paesi come l’Italia, la Spagna, la Francia, la Germania e l’Austria, dove viene usato non solo per i prodotti audiovisivi per il cinema, ma anche per quelli destinati al piccolo schermo.
In Gran Bretagna, in Portogallo, nei Paesi Bassi e nei Paesi Scandinavi è invece impiegato solo per i prodotti di animazione e per i programmi destinati ai bambini.
Seguono i Paesi dell’Europa Centrale come la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, che si servono del doppiaggio solo per i programmi televisivi, prediligendo invece la sottotitolazione per quanto concerne il cinema.
Per concludere, nei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale (Polonia, Russia, Lituania ed Estonia) è ampiamente diffuso l’uso della voce fuori campo.

Da un punto di vista storico, come ha avuto origine concretamente il doppiaggio?

La pratica nacque con l’avvento del sonoro nel 1927. Erano soprattutto gli americani a essere interessati a vendere all’estero i loro prodotti.

I primi tentativi (peraltro molto dispendiosi) furono realizzati da Stan Laurel e Oliver Hardy (Stanlio e Ollio), che erano soliti girare le scene dei film in lingue diverse.

I primi tentativi (peraltro molto dispendiosi) furono realizzati da Stan Laurel e Oliver Hardy (Stanlio e Ollio), che erano soliti girare le scene dei film in lingue diverse.

Un caso particolare fu quello italiano. Il doppiaggio nel Bel Paese nacque durante il fascismo e sul suo sviluppo ebbe un ruolo determinante la censura.
L’ufficio censura, o di Revisione Cinematografica, nacque nel 1913, in piena età giolittiana, per controllare il contenuto iconico e verbale dei film muti, grazie alla legge del 25/06/1913 che diede allo Stato il potere di controllare il contenuto dei film.
Nel 1914 nacque una commissione di censura.
Nel 1923 furono emanate varie leggi sulla censura. Emerse l’esigenza di una doppia censura: sulla sceneggiatura e a film finito.
al jolson

Nel 1929 giunse in Italia il primo film sonoro, The Jazz Singer (Il cantante di Jazz). Per facilitarne la comprensione, furono inseriti dei cartelli che contenevano delle didascalie in lingua italiana. Il governo fascista aveva infatti impedito la circolazione in lingua straniera dei film. Non si potevano utilizzare termini inglesi, ma tutto doveva essere italianizzato. Per comprendere meglio il fenomeno, si consiglia la visione del documentario sulla lingua italiana, durante il fascismo, Me ne frego!, realizzato da Vanni Gandolfo su idea della linguista Valeria Della Valle e prodotto dall’Istituto Luce nel 2014.

Non essendo consentito l’inserimento di parole straniere nella lingua italiana, i film vennero “ammutoliti” (come accadde per L’angelo azzurro, celebre pellicola con Marlene Dietrich).

L’”inventore” del doppiaggio fu l’austriaco Jacob Karol, che pensò che nei film si dovesse sostituire l’intera colonna sonora, costituita da tre elementi: il dialogo (cioè le battute pronunciate dagli attori che interpretano il film), i rumori (o effetti sonori) e la musica.

I primi doppiaggi furono realizzati a Los Angeles, con attori italo-americani.

Nel 1932 nacque il primo stabilimento di doppiaggio in Italia.

Nel 1934 il governo fascista impedì la circolazione in Italia dei film doppiati all’estero, ragion per cui le majors statunitensi dovettero affidarsi agli stabilimenti romani. Nel 1935 nacquero così il Centro Sperimentale di Cinematografia (www.fondazionecsc.it/)  e Cinecittà (https://cinecittastudios.it/).

cinecittà studio

Nel 1938 con il film Bringing up baby (Susanna) il termine “gay” (tipicamente slang) venne usato per la prima volta anche nell’accezione di omosessuale. Venne però censurato nella versione italiana, forse per una mancata conoscenza del termine da parte del traduttore.

A questo punto, occorre fare una precisazione. Il termine, che affonda le sue radici nel provenzale “gai” con il significato di “allegro” o “gaio”, si diffuse in inglese per mezzo della lingua francese, con un’accezione ben lontana da quella attuale.
Nel Settecento “gay” assunse il significato di “dissoluto” e “anticonformista”, significato che peggiorò ulteriormente nell’Ottocento, andando ad indicare una persona lussuriosa e depravata. Non a caso l’espressione “gay woman” era usata per riferirsi ad una prostituta, mentre la “gay house” era il bordello. Solo negli anni trenta del Novecento, però, il termine si diffuse nella cultura di massa con il significato di “omosessuale” (che persiste ancora oggi).

Una figura molto importante nel panorama italiano fu quella di Luigi Freddi, sostenitore dell’utilizzo dell’italiano standard nei film e contrario all’utilizzo dei dialetti.

Negli anni ’70 però, con il film Il Padrino, il dialetto entrò in Italia, non solo nei film comici ma anche in quelli drammatici. Una branca molto fertile del doppiaggio è quella che analizza il dialogo. La ricerca nel campo del doppiaggio si è concentrata sin dall’inizio su aspetti ideologici. In esso sono presenti dei vincoli tecnici. Innanzitutto c’è il sincronismo articolatorio (o labiale). Può essere quantitativo (indica la simultaneità del parlato con l’inizio e la fine della frase) e qualitativo (corrispondenza tra i suoni emessi e il labiale). C’è poi il sincronismo paralinguistico e cinetico (espressivo), che prevede una corrispondenza tra il parlato e i gesti e i movimenti del corpo degli attori. Per quanto riguarda più nello specifico l’evoluzione storica dei dialoghi, essi inizialmente erano alquanto particolari. I cognomi dei personaggi rimanevano invariati, ma i nomi di battesimo venivano italianizzati.

Questa pratica si può riscontrare nel film “Via col vento” del 1939 (giunto in Italia nel 1950), dove si procedette all’italianizzazione dei nomi di tutti i protagonisti: Scarlett O’Hara divenne così Rossella O’Hara (mantenendo l’idea del rosso scarlatto presente nel nome originale), Charles Hamilton divenne Carlo Hamilton, Frank Kennedy fu trasformato in Franco Kennedy e Melanie Wilkes in Melania Wilkes.

Un altro esempio è la versione italiana di “Father of the Bride” (1950), con Elizabeth Taylor e Spencer Tracy: Stanley Banks divenne “Sandro”, la moglie Ellie “Lydia”, la figlia Kay “Carla” e il fidanzato di quest’ultima, Buckley, venne trasformato in “Poldo”.

Da questi esempi si capisce il motivo per cui i tempi di lavorazione del doppiaggio di un film fossero molto lunghi (anche due mesi e mezzo).
L’adattamento dei dialoghi si svolgeva in luoghi provvisti di moviole, le quali erano dotate di leve che consentivano di mandare avanti e indietro il filmato. Questo processo poteva durare anche un mese.
Non era ancora stato messo a punto un sistema di registrazione su bobine, al contrario ogni pezzo di pellicola presentava tre bande magnetiche, sulle quali si poteva incidere. Il film veniva inoltre diviso in anelli e spesso gli attori doppiavano in gruppo.

I primi prodotti ad essere doppiati furono film e documentari, ma successivamente (con l’avvento della televisione) comparvero le prime serie tv targate Rai.

Nella seconda metà degli anni ’70 furono liberalizzate le frequenze. Le tv avevano poco materiale da mandare in onda, per questo dei broker si recavano in tutto il mondo per cercare materiale a basso costo da doppiare per le tv private. Fu così che nacquero le telenovelas (registrate su videocassette Betamax).
Non essendoci dei lettori Betamax in Italia, veniva utilizzato il vidigrafo. Tramite una cinepresa veniva ripreso ciò che appariva su un monitor, successivamente registrato su una pellicola 16 mm in bianco e nero. Il suono era di bassa qualità e non veniva rispettato il sync.

Fino all’avvento delle tv private, i dialoghi furono affidati a scrittori, filosofi e professori universitari.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, con l’avvento del digitale, le immagini furono registrate su disco ottico, a colori e con una definizione soddisfacente. Il suono era registrato in digitale su supporti esterni. Con l’avvento delle piattaforme web, si è optato per degli standard specifici per quanto riguarda il suono.

Le nuove piattaforme hanno portato a un cambiamento per quanto riguarda l’adattamento dei dialoghi. Mentre fino a dieci anni fa il dialogo era a discrezione del dialoghista (che doveva limitarsi a mantenere lo stesso concetto della lingua di partenza nella lingua di arrivo), oggi bisogna rifarsi il più possibile all’originale.

Per quanto riguarda la voce dei doppiatori, in passato vigeva la regola del cosiddetto rapporto voce-volto, mentre oggi la voce del doppiatore deve somigliare il più possibile all’originale.

Se invece dobbiamo fare riferimento al tipo di prodotti audiovisivi trasmessi in Italia, possiamo dire che essi sono in gran parte adattati dall’inglese. Il doppiaggio delle produzioni americane propone al pubblico italiano dei dialoghi caratterizzati da una sintassi semplice e da numerose interferenze con l’originale (come nel caso dei termini “esatto”, “OK” o delle espressioni “È un problema tuo” o “Non c’è problema”). A volte si tratta di errori di traduzione dovuti alla passività di fronte all’inglese. In altri casi, tuttavia, si tratta di calchi entrati nell’uso.

I fenomeni di interferenza dell’inglese nella lingua italiana si possono suddividere in:

– ridondanza (soprattutto dell’aggettivo possessivo)

Es. ANTHONY: Perché non dai un’occhiata al menù, mentre aspetti il tuo caffè?

You might want to take a look at the menu, while you wait at your coffee.

[Beautiful E6516] ;

– calchi semantici (ossia relativi al significato delle parole), come nel caso del verbo realizzare, usato ormai anche con il significato di “rendersi conto di”, sulla base del verbo inglese “to realise”;

– calchi sintagmatici (relativi all’ordine dei vari elementi che compongono la frase)

Es. MARCUS: … mio impressionante fratello …

… My impressive guy … [Beautiful E6522] ;

– calchi fraseologici, come nel caso della diffusione, soprattutto nell’italiano parlato, dell’uso di “assolutamente” da solo come forma di risposta avente valore tanto affermativo quanto negativo (sotto l’influsso dell’inglese “absolutely”).

Questi esempi non fanno altro che dimostrare come quello del doppiaggio sia un mondo in continua trasformazione. Non resta che osservare con attenzione quali evoluzioni gli riserverà il futuro.

Chiara Casadei

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SITOGRAFIA:

http://win.ossicella.it/traduzione/31-33%20pdf/de%20giusti.pdf

https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/9246/2/Cover_tradurre_il_cinema.pdf

Il doppiaggio nel mondo

http://www.treccani.it/enciclopedia/colonna-sonora_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/

https://it.wikipedia.org/wiki/Gay

https://www.snapitaly.it/doppiaggio-in-italia-cambiare-nome/

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_padre_della_sposa_(film_1950)

https://dialnet.unirioja.es/descarga/articulo/4970521.pdf